Questo blog vuole essere un luogo di incontro virtuale con i genitori dei bambini di Spazio Tex (tempo extra scuola), di tutti i bambini di Casatenovo, del mondo dell'associazionismo locale e di tutti coloro che credono nel mondo della scuola.
Fotografie dei nostri laboratori, spunti, segnalazione di eventi relativi al mondo dell'infanzia caratterizzano questa pagina..se vuoi condividere i tuoi talenti, darci dei suggerimenti, condividere buone pratiche ne saremo felici!
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venerdì 20 dicembre 2013

SPAZIO TEX A MISSAGLIA

Domenica 1 dicembre, lo staff di Spazio Tex era presente al Monastero della Misericordia a Missaglia in occasione della manifestazione “Diritti in gioco”. La giornata, dedicata ai diritti dell'infanzia, ha richiamato esperti e numerose famiglie ed é stata organizzato dall'assessorato all'istruzione del comune missagliese in collaborazione con i comuni di Casatenovo, Monticello e Viganò.


Fin dal mattino sono stati proposti numerosi laboratori condotti da pedagogisti, a cui hanno preso parte ben 200 bambini e nel chiostro erano presenti diverse iniziative e associazioni, tra cui il progetto Spazio Tex di Casatenovo.





giovedì 29 agosto 2013

IL FUTURO E' NEL PRESENTE

Bentornati,

Spazio Tex torna operativo, dopo la pausa estiva, con una sorpresa speciale!

In collaborazione con il comune di Casatenovo, vuole dare spazio a un sistema composto da tutti gli attori che ruotano intorno al mondo dei bambini (associazioni, oratorio, scuola, genitori) al fine di condividere modalità educative comuni.
Il focus di questo percorso che prenderà avvio a settembre sarà l’apprendimento cooperativo, ovvero come imparare dagli altri tramite gli scambi e il valore della relazione unito a una consapevolezza ecologica, ovvero un’attenzione al contesto e al vivere meglio in equilibrio tra “dentro” e “fuori”.
Il primo momento di aggregazione degli intenti sul territorio sarà sabato 7 settembre 2013, dalle ore 14 alle ore 18, presso Villa Mariani (Casatenovo) dal titolo “E tu la scuola da dove la vedi?” per unire le forze del territorio e rendere sempre più naturale e a misura di bambino (e di essere umano) la frequentazione dell’ambiente scolastico. Ci saranno i contributi provenienti da diverse prospettive al fine di creare una nuova progettualità che tenga conto di tutti e che possa rappresentare una sintesi operativa di un pensiero collettivo volto alla coesione sociale.
Dopo questa prima partecipazione, per chi fosse interessato, seguiranno gratuitamente alcune plenarie e un percorso laboratoriale con lo scopo di fare acquisire alle persone, qualsiasi sia il loro ruolo professionale,  degli strumenti pratici da mettere in atto con studenti, figli ecc..
Vi chiediamo cortesemente per fini organizzativi di segnalare la vostra presenza all'indirizzo mail virginiafazzini@gmail.com o al num. 3495171819 o tramite posta sulla nostra pagina facebook https://www.facebook.com/pages/Spazio-Tex/240118472749689
Cordiali saluti,
lo staff di Spazio Tex.

lunedì 11 marzo 2013

CRESCERE DANZANDO. ALCUNI CENNI SULLA DANZATERAPIA


“Il movimento é il centro della vita del bambino, lo nutre dall’inizio, lo fa diventare ricco ed esuberante”
Diane Fraser

Per il bambino, il corpo e` il primo strumento del sentire, del conoscere, del comunicare e del relazionarsi..crescere é movimento e i bambini hanno  bisogno di muoversi molto sia mentalmente, sia fisicamente, sia spiritualmente. L’immagine del corpo non rappresenta una entità unitaria, ma qualcosa che si costruisce via via, in rapporto alle varie tappe della crescita, che si assesta su traguardi provvisori che si ricostruiscono ad ogni nuovo arrivo alla tappa successiva, ad ogni anello o frammento che si aggiunge strada facendo.
La danza terapia è un'esperienza globale corporea, psichica, emozionale e relazionale. Abbandonandosi alla danza, intesa come movimento, musica, ritmo, improvvisazione e immaginazione è possibile accedere ed esprimere il proprio mondo interiore. Mettere in comunicazione il dentro ed il fuori.
Il laboratorio vuole innanzitutto legittimare un tempo dedicato al corpo inizialmente per attivarlo e percepirlo, successivamente per  lasciarlo esprimere nel gioco e nella danza spontanea. Il bambino “pensa”, scopre e conosce, sperimenta attraverso il fare. La consapevolezza di ciò che agisce non è immediata, ma la acquisisce solo grazie alla continua esperienza, e in relazione alle emozioni che si esperiscono di conseguenza.
Il ritmo e la musica espressi attraverso il movimento e la danza diventano il veicolo per apprendere la coordinazione motoria, prendere coscienza dello spazio, diventare più consapevoli del proprio corpo e delle sue potenzialità di movimento. Sul piano collettivo i laboratori sviluppano la capacità di comunicazione non verbale, di ascolto e di accoglienza degli altri.


Si ringraziano Gabriella Imbergamo e Sveva Panzeri per gli spunti dati.



CRESCERE IN ARMONIA. I BAMBINI E LA MUSICA


“La musica è una legge morale: essa dà un’anima all’universo,
le ali al pensiero, uno slancio all’immaginazione,
un fascino alla tristezza, un impulso alla gaiezza,
e la vita a tutte le cose.”
Platone, 400 a.C. (dai Dialoghi)

La musica svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo globale dell’individuo:
essa agisce sugli stati d’animo più profondi e sulle emozioni, è nutrimento della mente e dello spirito, ma anche divertimento, gioco, stimolo per sviluppare le potenzialità espressive e creative della persona. La musica è una peculiarità dell’essere
umano e, al pari delle forme d’arte e del linguaggio, svolge un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’individuo. Attraverso la musica, infatti, il bambino sviluppa capacità di introspezione, di comprensione degli altri e della vita stessa e, cosa forse più importante, impara a migliorare la sua capacità di alimentare liberamente la propria immaginazione e creatività (Gordon, 2005). Quando la musica è presente nella vita quotidiana, si impara a cantare così come si impara a parlare.
Da queste premesse i laboratori di Spazio Tex si sono trasformati in veri e proprie officine della musica. Molti studiosi sostengono, inoltre, che i bambini hanno una predisposizione innata alla musica, come se il loro cervello fosse biologicamente programmato per apprezzarla. Proprio i bambini piccolissimi sarebbero in grado di analizzare i suoni come se avessero il cosiddetto "orecchio assoluto", la capacità di distinguere e riconoscere le singole note. Crescendo tale facoltà viene persa e solo alcuni musicisti particolarmente dotati la possiedono in età adulta. 
 Il nostro invito rivolto a tutti i genitori è quello di farvi trascinare nella musicalità educativa, coinvolgendo tutta la famiglia nei ritmi, nelle armonie e nelle melodie musicali divertendovi a condividere con i vostri figli emozioni e suoni.
Durante un viaggio in auto si può ascoltare musica per bambini, si può cantare mentre si è alla guida ed è utilissimo portarli ad ascoltare musica dal vivo.

giovedì 31 gennaio 2013

DIAMO VOCE AI PROTAGONISTI

E' tempo di bilancio anche per il nostro doposcuola..
Così nel plesso di Capoluogo gli educatori hanno voluto dare testimonianza alla voce dei bambini e hanno chiesto loro un parere.
Ognuno era libero di esprimere aspetti positivi e negativi, nonchè di fare proposte per il nostro mercoledì texano...


M. (III): mi sono molto piaciuti i lavoretti e mi sono sempre divertita
P. (IV): mi è piaciuto molto tutto,le attività sono interessanti,i biscotti erano buonissimi, mi piacerebbe fare più escursioni
A.(IV) i laboratori musicali sono stati i più divertenti, non mi è piaciuto giocare a bandiera
O. (IV): Mi piacciono gli educatori, vorrei giocare con la palla
A. (III): mi è piaciuto molto il lavoretto di Natale, infatti l'ho rifatto a casa per i miei amici
E. (II): mi piace stare nei piccoli gruppi
R.(II): mi è piaciuto molto andare nel bosco perchè amo la natura
V. (IV): bella l'uscita nel bosco, vorrei fare più giochi
G. (IV): belli i laboratori musicali, il resto dei lavoretti meno
A. (IV): mi piace costruire gli strumenti
A. (IV): mi è piaciuto fare i biscotti, vorrei ascoltare la musica mentre facciamo i laboratori
T. (IV): bello il laboratorio di cucina e i laboratori che proponete
L. (III): Mi piacciono i laboratori, mi è piaciuto il lavoretto di Natale, ma non mi piace quando qualcuno non rispetta le regole, mi piacerebbe fare le marionette
A. (IV): bello il laboratorio di cucina e quello degli strumenti, non mi è piaciuto giocare a bandiera, mi piacerebbe che ogni mercoledì ci fossero diversi laboratori e poi ogni bambino sceglie a quale partecipare
S. (II): mi è piaciuto fare i biscotti e tutti i laboratori e anche giocare a bandiera
T. e W. (IV): ci siamo annoiati, vorremmo fare più giochi
E. (III): non mi è piaciuto andare nel bosco perchè i maschi raccoglievano le castagne che volevo raccogliere io
A. (II) mi è piaciuto molto usare le tempere
I. (IV): a volte mi sono annoiata, vorrei giocare di più, ballare e cantare
A. (IV): mi sono piaciuti i laboratori di Natale e quelli musicali, vorrei giocare a pallavolo
M. (III): mi sono piaciuti tutti i laboratori e andare nel bosco

Un grazie ai bambini e un complimenti allo splendido team di educatori!
Buona continuazione :-)

martedì 1 gennaio 2013

SIAMO TUTTI INTELIGENTI


“Ecco dunque un principio essenziale: insegnare i dettagli significa portare confusione. Stabilire la relazione tra le cose, significa portare la conoscenza. 
Maria Montessori 
Tradizionalmente, quando pensiamo al concetto di intelligenza, pensiamo al Q.I. ovvero il quoziente intellettivo e la sua misurazione.  Esso viene sondato attraverso dei test che vanno ad indagare le abilità logico-matematiche e le funzioni verbali.  Accanto a questa visione classica dell’intelligenza, negli ultimi vent’anni si è affermato un nuovo modo di concepire le potenzialità di un individuo e lo sviluppo del bambino. Si sono, infatti, affermati concetti come quello di intelligenza multipla di Gardner e di intelligenza emotiva di Goleman. Secondo il primo studioso non esiste una facoltà comune di intelligenza, bensì diverse forme di essa, ognuna indipendente dalle altre, come ad esempio l’intelligenza musicale (saper riconoscere il ritmo, ricordare facilmente la musica) e quella corporea (capacità di usare tutto il corpo, abilità motorie). Secondo questo approccio noi disponiamo di 8 tipi di intelligenze e ognuno di noi, a seconda delle sue opportunità e del contesto, ha maggiori potenzialità in alcuni campi rispetto che ad altri (ex: un bambino può avere facilità ad apprendere le lingue straniere, ma non avere il senso dell’orientamento o non riuscire a memorizzare una canzone nuova). Goleman pone, invece, il focus sulla consapevolezza e sul controllo delle proprie emozioni, ovvero la capacità di relazionarsi con gli altri, di empatizzare, di provare sentimenti e controllare emozioni negative. Evidenze scientifiche hanno mostrato come l’intelligenza emotiva ha un valore maggiore per stabilire le capacità di successo di una persona, inclusa la sua capacità di essere felice nella vita.  E la buona notizia è che l’intelligenze emotiva si apprende. Se siamo genitori dotati di buone competenze emotive riusciremo a stimolare i nostri bambini ad avere più attenzione, a calmarsi più rapidamente, a leggere e dare un nome alle emozioni che il bambino sta provando (ex: un attacco di rabbia) per delimitarne i confini e imparare a controllarli.

sabato 22 dicembre 2012

FIABE PER EDUCARCI ALLE EMOZIONI

 “Se volete che vostro figlio sia intelligente, raccontategli delle fiabe; se volete che sia molto intelligente, raccontategliene di più" Albert Einstein

 Nella precedente newsletter abbiamo trattato della pratica meravigliosa di leggere fiabe e storie ad alta voce ai nostri bambini. Tra i vari benefici, abbiamo citato l’educare alle emozioni. Infatti, durante la lettura, il genitore, l’educatore, il nonno può accompagnare i bambini nella scoperta del mondo delle emozioni, insegnando loro a riconoscerle, accettarle e gestirle. Questo perché la fiaba contiene al suo interno il dispiegamento di una vicenda: un incipit, una situazione drammatica e la sua risoluzione. Il bambino, quindi, apprende che ci sono dei conflitti, delle difficoltà, ma che questi si possono superare, sciogliere; può permettersi di “digerire” quello che è avvenuto in un contesto protetto.  Il bambino sa bene che la fiaba appartiene ad un mondo diverso dal reale, ma non li confonde; anzi, il vivere nel mondo fantastico lo aiuta  a capire meglio i suoi stati d’animi e le sue emozioni.  Leggere una fiaba può essere visto come una specie di gioco che illumina il mondo reale, ovvero permette di fare conoscenza con nuove emozioni e di fare amicizia con quelle già familiari. E tutto questo avviene tramite la voce di chi gli sta vicino, il ritmo dell’adulto che si accorda con quello del bambino.  Questo non capita quando si guarda la televisione, dove il piccolo fruitore viene invece bombardato da un continuo di immagini e suoni con lo scopo di tenere sempre agganciata la sua attenzione, senza permettergli di digerire quello che ha visto. Concludiamo citando Bruno Bettelheim che, nel suo libro “Il mondo incantato”, dice: “Il bambino ha bisogni di idee sul modo di dare ordine alla sua casa interiore, per poter creare su tale base l’ordine della sua vita. Ha bisogno di un’educazione morale che sottilmente, e soltanto per induzione, gli indichi i vantaggi del comportamento morale, non mediante concetti etici astratti, ma mediante quanto gli appare tangibilmente giusto e quindi di significato riconoscibile. Il bambino trova questo tipo di significato attraverso le fiabe.”

venerdì 21 dicembre 2012

LEGGERE A SPAZIO TEX



“Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini già lo sanno che esistono, le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi.”

Gilbert Keith Chesterton

La fiaba e la relazione giocata sul momento della lettura ad alta voce al bambino diventano uno strumento importante per avvicinare i bambini al loro mondo emotivo, per sostenere genitori, insegnanti ed educatori nel dare un colore specifico alla relazione educativa.
Con la fiaba si riscopre l’incanto dell’ascolto, si conducono i bambini a sentirsi parte della storia, diamo loro modo di identificarsi con i protagonisti, con loro gioire, soffrire, sperare, spaventarsi, amare, crescere … Si costruisce un momento in cui vivere le emozioni, che poi la fiaba stessa ci accompagna a comprendere e "risolvere".

PERCHE’ LEGGERE AD ALTA VOCE AI BAMBINI?

È un’attività piacevole col bambino, è un momento bello. Deve però essere svolta in modo autentico, se è il risultato di un’azione imposta non funziona;

Sviluppa le capacità linguistiche dei bambini, in quanto l’adulto legge con stili linguistici diversi a seconda degli autori introducendo parole nuove nel lessico del bambino;

Sviluppa la capacità di immaginazione, crea letteralmente delle immagini in testa e permette lo sviluppo della creatività. Il libro infatti non ci impone scene predefinite come nei film, ma lascia spazio alle persone di immaginarsi lo scenario.

Educa all’ascolto e alla presenza;

Educa alle emozioni;

Educa alla lettura;

Aumenta la capacità concettuale (ci sono i personaggi, una trama da seguire, ecc…).

Vi segnaliamo il sito www.natiperleggere.it

giovedì 20 dicembre 2012

E' ACCADUTO ALTROVE


“Adattare la scuola al bambino invece di adattare il bambino alla scuola” è questo il principio basilare su cui si fonda la scuola di Summerhill fondata negli anni ’50 da Alexander Neill.

Le principali legge e regole che governano le istituzioni scolastiche vengono rinnegate a favore di un nuovo modello di scuola tesa a sviluppare l’autogoverno negli individui. La frequentazione alle lezioni sono facoltative Neill, infatti, affermava “E’  ovvio  che  una  scuola  che  costringe  bambini  vivaci  a  sedere  nei  banchi obbligandoli  a  imparare  materie  inutili,  nella  maggior  parte  dei  casi,  è  una  pessima scuola”. Il rapporto tra insegnanti e alunni è paritario, il rispetto verso l’adulto è presente non perché un superiore, ma in quanto persona. Le regole sono stipulate in comune accordo tra insegnanti e alunni e il tema base dell’intero progetto si rifà al concetto di libertà nel bambino.

Lo scopo della sua scuola descritta nel libro “I ragazzi felici di Summerhill” è dunque quello di assicurare la crescita di persone equilibrate e felici, come si evince da queste frasi:

“Nessun educatore ha il diritto di curare l’abitudine di un bambino di fare chiasso con il tamburo. Le uniche cure ammissibili sono quelle che tendono a guarire l’infelicità. Il bambino difficile è un bambino infelice; è in guerra con se stesso e, di conseguenza, con il mondo. L’adulto difficile si trova nella stessa barca. Un uomo felice non disturba un comizio, né invoca una guerra, né lincia  un negro. Una donna felice non brontola in continuazione con il marito  e  con  i  figli.  Un  uomo  felice  non  ruba  né  ammazza.  Un  principale  felice  non opprime i dipendenti. I delitti, l’odio e le guerre si possono spiegare con l’infelicità”.

Per saperne di più:  www.summerhillsschool.co.uk

lunedì 1 ottobre 2012

Il decalogo per la sicurezza in internet dei vostri figli


Dedicate insieme ai vostri figli un po’ di tempo per imparare l’uso di internet: è
un investimento per la loro salute e sicurezza, inoltre resterete sorpresi di quanto possa
essere divertente.

Quando accedete a internet definite insieme gli obiettivi della navigazione e
verificate al termine se li avete raggiunti: li educherete ad un uso adeguato e consapevole.

Attivate opportuni sistemi di protezione e filtro, come quello offerto da Davide.it.

Non mettete il computer nella stanza dei ragazzi, ma in un luogo comune a tutti i
membri della famiglia: non isolate i vostri figli e non lasciateli soli.

Date rilievo ai siti buoni e al materiale che offrono: promuovete un uso positivo della
rete. Incoraggiate i vostri figli a comunicarvi se s’imbattono in siti sconvenienti e lodateli
per avervelo detto; evitate reazioni esasperate, per non intimidirli.

Insegnate ai vostri figli a utilizzare responsabilmente la posta elettronica. State con
i più piccoli durante la lettura dei messaggi, controllando eventuali allegati.

Non permettete ai vostri figli di usare chat non sorvegliate o non adatte ai ragazzi.

Preparate i vostri figli a non dare a nessuno via internet informazioni personali
(nome, indirizzo, numero di telefono, email o foto) senza il vostro esplicito permesso. Non
consentite che i vostri figli abbiano incontri a tu per tu con persone conosciute su internet,
a meno che non sia presente qualcuno di vostra fiducia.

Stabilite insieme ai vostri figli quanto tempo al giorno possono dedicare alla
navigazione e, soprattutto, non considerate il computer un surrogato della baby-sitter.

10° Incoraggiate un sincero dialogo con i vostri figli riguardo a internet, informatevi sui
loro interessi e sui siti che visitano abitualmente. La miglior protezione sono le buone
relazioni familiari.

I compiti a casa


 


Amici bambini, insegnanti, genitori, qui è Ivan Sirtori che vi parla, psicologo, papà di Gregor e Rebecca, rispettivamente di 7 e 6 anni. Mi avete chiesto di condividere alcune idee intorno al tema dei compiti ed ecco quanto ho da dirvi, in basa alla mia esperienza e alla mia sensibilità.

I compiti a casa sono uno strumento che serve per facilitare l'apprendimento scolastico.
Non sono una necessità (esistono esperienze ben funzionanti di scuole senza compiti), un obbligo (vivere i compiti come una costrizione li rende nemici dell'apprendimento), uno strumento di “punizione” e nemmeno un modo per compensare quello che i tempi stretti della scuola non riescono ad affrontare.
I compiti sono un'occasione per tenere in esercizio alcune abilità (nel leggere, nello scrivere, nel “far di conto” o nell'applicare un metodo allo studio).

Tenere conto di queste semplici premesse può aiutare gli adulti a considerare nella giusta dimensione i compiti e dargli il valore che hanno, come strumento anziché come fine. Altrimenti si rischia di forgiare dei bambini che agiscono meccanicamente, mortificando la propria intelligenza e il proprio spirito d'iniziativa, eseguendo degli “ordini” impartiti dagli adulti, senza capirne il senso. Oppure, al contrario, bambini oppositivi (spesso quelli più brillanti, più originali e meno passivi) che rimangono incastrati in una logica oppositiva, rifiutando le imposizioni adulte perché non ne comprendono il senso e le percepiscono come troppo frustranti ed esagerate.
La capacità di usare i compiti come strumenti, dosandoli (nei tempi e nei modi), spetta anzitutto all'insegnante. E' lui che conosce il programma, i bambini della sua classe e il proprio stile di insegnamento. L'insegnante può così decidere dell'uso dei compiti, tenendo anche conto dell'età dei bambini , a partire da quelli che considero dei principi base ai quali ispirarsi:

-        i bambini devono anzitutto capire il senso che hanno i compiti per la loro vita quotidiana scolastica. L'insegnante dovrebbe condividerlo con i bambini, motivando le sue richieste. Questo ovviamente chiede all'insegnante di essere profondamente consapevole delle proprie scelte. Un insegnante DEVE sempre essere in grado di motivarle; 
-        non si possono dare più compiti di quelli che l'insegnante può correggere nei giusti tempi (senza caricarsi di stress) e con la giusta cura (senza fretta, superficialità o “meccanicità”);
-        non si possono dare più compiti di quelli che i bambini possono gestire in autonomia, senza necessità di un supporto genitoriale. I compiti sono un'occasione per accrescere la propria indipendenza, non un modo per creare stress ulteriore nel sistema familiare (già messo molto alla prova dallo stile di vita contemporaneo) e nemmeno dipendenza nei confronti della mamma o del papà, senza i quali non si riescono a svolgere (perché troppi, troppo difficili o nuovi rispetto a quanto svolto in classe). La presenza del genitore non dovrebbe mai essere necessaria al bambino per comprendere e svolgere i compiti, è semmai (nei primi anni delle elementari) solo un supporto affettivo, una presenza amorevole e motivante, uno stimolo per mantenere focalizzata l'attenzione su quello che si sta facendo;
-        i bambini, per crescere armonicamente, hanno bisogno di sviluppare corpo, cuore e testa insieme; capacità fisiche (equilibrio, forza, autocontrollo, scioltezza, consapevolezza corporea, espressività), capacità emotive (gestione delle emozioni cosiddette “negative”, come la rabbia, il dolore, la paura, la frustrazione; sviluppo di relazioni interpersonali significative; esperienza delle emozioni positive come la gioia, lo stupore, la curiosità, il desiderio, l'entusiasmo, ecc.) e capacità mentali (linguaggio, pensiero, ragionamento, memoria, intuizione, ecc.). Quando pensiamo alla giornata di un bambino, dovremmo  considerare sempre l'equilibrio tra questi 3 aspetti costitutivi dell'essere umano. Il modo migliore per un bambino di mettere in gioco tutte queste competenze insieme e con equilibrio è il GIOCO LIBERO. Grandiose sono le potenzialità espressive e autocurative del gioco non strutturato e su queste ci si potrebbe dilungare a lungo. Se un bambino che passa la sua giornata a scuola, fino a metà pomeriggio (che d'inverno significa concretamente la quasi totalità delle ore di luce), è costretto a continuare a casa il suo “lavoro” - impegnando ancora e soprattuto la MENTE, anziché poter correre, giocare, inventare, stare vicino ai genitori, esprimersi liberamente – non potrà che vivere questa esperienza come stressante, eccessiva, sbagliata, negativa e ne avrà tutte le ragioni, quando i grandi lo capiranno. In tal caso ha più senso organizzarsi per avere il tempo di svolgere i compiti a scuola anziché a casa.

I bambini a scuola, a parte alcune competenze di base essenziali (quelle classiche: leggere, scrivere e far di conto), dovrebbero anzitutto imparare ad imparare, perché questo è ciò che la vita sulla terra richiede. Non persone ben addestrate che hanno in testa vecchie nozioni immutabili apprese a memoria e senza riflessione personale, bensì individui curiosi, interessati, attivi, flessibili, capaci di affrontare le novità, di ricercare informazioni attraverso molteplici canali, di comprendere quello che succede nella realtà quotidiana della propria famiglia e del proprio contesto sociale allargato, di usare strategie mentali, metodi e tecniche per apprendere cose nuove in base alle esigenze della loro vita.

Se tenessimo conto di questo daremmo meno importanza ad inseguire i contenuti e le tappe del programma e interpreteremmo più creativamente gli stessi focalizzando l'attenzione :
  • sul lavoro di sperimentazione di metodi di studio, di memorizzazione, di libera ricerca di informazioni attraverso la biblioteca, internet, il confronto orale con persone adulte del proprio contesto;
  • sul confronto tra pari in classe, e la collaborazione tra gruppi;
  • sull'usare la classe in modi diversi e creativi ridefinendone gli spazi a seconda del tipo di attività che si svolge;
  • sulle attività di ascolto e di lettura espressiva; sulle attività artistiche e motorie.

E ripenseremmo anche i compiti che, a seconda dell'età dei bambini, della sensibilità e della creatività dell'insegnante possono essere dati o non dati; dati ogni tanto; dati quando serve; dati in dose omeopatica; dati solo nel week-end; e anche ripensati: ad esempio, osservare attentamente come gli adulti usano le competenze che i bimbi stanno imparando (ad esempio leggere, scrivere o far di conto) è un bel compito e io credo che molti possano essere i compiti non scritti, ma solo osservativi, contemplativi. Allenerebbero il bambino a creare connessioni tra ciò che imparano e l'uso di questo nel “mondo adulto”, nella realtà che li circonda.

Vi lancio due stimoli che possono essere molto fertili: il testo CARO INSEGNANTE, dell'amico Paolo Mottana, docente in Bicocca di filosofia della pedagogia e il sito dell'esperienza emiliana della Scuola senza Zaino il cui responsabile è il prof. Marco Orsi (www.senzazaino.it).

Grazie del vostro “ascolto”.

Con affetto.

Ivan (Sirtori)

BREVE APPENDICE, al di là del discorso sui compiti

I bambini oggi stanno soffrendo di alcuni mali sociali che gravano anche sul mondo degli adulti e che si riflettono pericolosamente su quello dei piccoli. Ecco solo alcuni elementi di questo malessere, espressi in modo semplice ed essenziale:
-        le giornate sono sempre più all'insegna dello stress, con tempi sempre più stretti per fare le cose, frettolosità, ed eccessiva organizzazione dei tempi (spesso oggi i bambini hanno un'agenda serrata di cose da fare ogni giorno e magari anche nei week-end, proprio come i grandi).
-        L'eccessiva presenza della virtualità (TV, videogiochi, computer) non gestita o gestita con superficialità e scarsa consapevolezza dagli adulti genera un eccesso di stimolazione nel bambino favorendo difficoltà nell'uso dell'attenzione (iperstimolata e continuamente “distratta”)
-        le relazioni con gli adulti sono spesso superficiali, centrate sul FARE (esperienze, da vivere e consumare in fretta, anziché da gustare piano piano) o sull'AVERE (le cure sono fortemente sbilanciate verso la materialità, il cibo, spesso non curato ed eccessivo, i vestiti, gli oggetti, i giochi), mentre ciò che nutre veramente un bambino è l'ESSERE, l'esperienza di stare con un adulto che si impegna a vivere con attenzione, sensibilità, ascolto, esprimendo con equilibrio le proprie emozioni, sapendo parlare con serietà delle cose importanti e ridere con spensieratezza delle situazioni divertenti, che riesca ad esprimere calore, affetto, cura e insieme dare al bambino regole precise, semplici e chiare, e capaci di cambiare al crescere del bambino. 

Qualche antidoto:
-        avere ogni giorno (e in modo speciale e più ampio nei week-end) momenti di gioco libero, di attività non organizzata dove fare quel che l'anima chiede, non quel che si deve (per necessità pratica, imposizione scolastica, ecc.);
-        non usare la TV come riempitivo, sottofondo, baby sitter o compagna dei momenti liberi. La TV è uno strumento, come i videogiochi ed il computer e va regolamentato, proprio perché è così potente (nel bene e nel male). Anche su questo mi piacerebbe dilungarmi, magari in una prossima occasione. A casa mia ad esempio, con i miei bimbi di 7 e 6 anni, la TV si accende solo nei week-end, per vedere un film scelto da loro e condiviso da mamma e papà. Basta. Non serve di più. Qualche piccolo video divertente creativo, interessante o qualche breve documentario ogni tanto, visto per dieci-venti minuti insieme al computer è tutto quanto i miei bimbi sperimentano. La virtualità se supera certi limiti toglie motivazione nel bambino, genera confusione mentale, irrequietezza fisica, e attiva difese nevrotiche da una realtà giustamente vissuta come iperstimolante (e vedere la TV o giocare ai videogiochi per ore ogni giorno è scandaloso e inquietante, se sapessimo davvero il MALE che stiamo facendo indirettamente ai nostri figli);
-        ricavare tempi e spazi per attività “a misura d'uomo”: leggere una storia ad alta voce, passeggiare, andare in bicicletta, cucinare, esplorare luoghi sconosciuti, ecc. Attività che mettono in modo corpo, emozioni e intelligenza insieme, che si svolgono coi ritmi umani del passo, del respiro, del battito del cuore e che ci mantengano sensibili e presenti alle emozioni che viviamo nel momento;
-        passare più tempo a contatto col mondo naturale (boschi, montagne, ruscelli, fiumi, laghi, animali, fiori, frutti, orti, ecc.) ha in sé un potere rigenerante ed equilibrante, capace di riportarci a ritmi di vita naturalmente più sani.


Ivan  Sirtori, nato nel 1974, vive a Sirone con Lara Elli, Gregor e Rebecca.
E’ psicologo e ha una formazione triennale  in musicoterapia, approccio relazionale presso la scuola di Artiterapie di Lecco, e un master biennale in Costellazioni Familiari, presso l’Istituto Bert Hellinger di San Marino.
Si occupa di formazione sia in ambito aziendale sia nel privato sociale su tematiche psicologiche (promozione del benessere/gestione dello stress, ascolto/autoascolto, consapevolezza, pedagogia della morte).
Svolge privatamente attività di counseling psicologico.
Utilizza strumenti di meditazione, rilassamento e autoconsapevolezza, attinti da diverse tradizioni, nelle sue proposte formative e di counseling.
Approfondisce, dal 1997, la sua esperienza di leggistorie presso scuole materne, elementari, medie e biblioteche, con attività educative e formative rivolte a bambini, ragazzi e adulti.
Ama l’arte e particolarmente la musica e la poesia. Come poeta e lettore, collabora con alcuni artisti a progetti di dialogo fra le differenti arti.
Ha contribuito a costituire, nel 2003, la società Torreluna e, nel 2004, l’associazione culturale Gli Abitanti di Torreluna (www.torreluna.com). Ha co-fondato nel 2006, con la moglie Lara e l’artista Davide Maauri, Robindart Factory, gruppo di Arte Sociale (www.robindart.it). L’orientamento del suo lavoro si colloca nel continuum arte per la trasformazione sociale responsabile vs arte della trasformazione personale.



Essere e stare in famiglia


La famiglia come organismo
Il modo in cui pensiamo un concetto ha degli effetti sul reale. Per questo motivo è importante, quando si tratta di tematiche educative fondamentali come la famiglia, enunciare le premesse teoriche sottostanti.  
Spesso, nei testi di psicologia, il nucleo familiare viene paragonato a un sistema in cui  sono presenti  diversi sottoinsiemi  (ad esempio la relazione tra marito e moglie, tra fratelli ecc..) che si influenzano reciprocamente tramite un susseguirsi di azioni/reazioni che vengono ad innescarsi. Questa concezione può portare all’idea di famiglia come a un qualcosa di meccanico, di industriale, non vivo, che porta a parlare di strutture e non di legami.
Noi preferiamo, invece, pensare  alla famiglia come ad un organismo, in quanto  composta da individui. Ovvero, esseri viventi legati tra loro da rapporti. Ognuno, proprio come gli organi che vanno a formare il corpo umano,  assume all’interno del proprio nucleo posizioni, funzioni, diritti, doveri, responsabilità differenti, ma tutti partecipanti e fondamentali  a concorrere alla creazione e all’evoluzione dell’essere una famiglia.
Il singolo non è isolato ma, al contrario, agisce in funzione di un qualcosa di più grande, è parte di una medesima configurazione relazionale che non può ridursi alla mera somma delle singole parti. La famiglia è, infatti, un organismo con una sua coscienza che è data dalla sintesi delle coscienze delle persone coinvolte.
Questa idea può essere resa più intuibile pensando all’immagine che via via emerge durante la costruzione di un puzzle, che acquista bellezza e senso man mano che le connessioni fra tutti i pezzi vengono a crearsi formando alla fine un’unica realtà condivisa.
Limitarsi a pensare alla famiglia come unico organismo sarebbe riduttivo.                                      La famiglia è il nostro primo organismo. E’ quello che ci accoglie, quello d’inizio, che apre le porte all’avventura chiamata “gruppo”: il “Noi”. Altri organismi sono il nostro gruppo di amici, il nostro gruppo di lavoro, il nostro comune, la nostra regione, la nostra nazione, il nostro continente, il nostro pianeta e via dicendo, che si devono regolare secondo precisi rapporti. La consapevolezza di questa interdipendenza dovrebbe condurre le famiglie a passare da una responsabilità individuale e interna a una più diffusa e altrettanto importante che è quella nei confronti della società e del mondo nel quale cresciamo, e di cui poco ci interessiamo.
Torniamo ora all’organismo famiglia… Essere una famiglia cosa comporta? Quali nuovi scenari si creano diventando genitori? Come si può stare bene all’interno del proprio nucleo familiare?
Si può affermare innanzitutto che genitori si è già dal concepimento del futuro nascituro, infatti, la coppia diventa il precettore della famiglia nel momento in cui decide di “creare” un figlio. È altrettanto corretto dire che genitori si diventa, assumendo col tempo responsabilità e compiti sempre nuovi. Infatti essere genitore, come scrive lo psicologo Ivan Sirtori,  sottostà a un processo che si sviluppa di pari passo con la crescita dei figli.
Il bambino è un essere in continua evoluzione e trasformazione, che non smette di interrogarsi e interrogare chi gli sta vicino. Costringe, da una parte, a riportare i genitori a confrontarsi con le loro esperienze familiari pregresse, ovvero a reinterpretare quello che si è appreso attraverso l’esperienza con i propri genitori, e dall’altra ad inventarsi e formarsi, giorno per giorno, come genitore e ad assolvere la “funzione educativa” che solo i figli possono insegnare.
Il bambino diventa grande, ma in realtà a crescere non è solo lui, ma anche i suoi genitori in quanto tutti e tre apprendono nuove esperienze che vanno a modificare l’entità famiglia, la quale è in continua variazione di forma.

Alla ricerca dell’armonia, tra ordine e cambiamento
Ci si vuole ora soffermare su due concetti chiave che, a nostro parere, sono fondamentali per ogni sistema familiare: l’ordine e il cambiamento.
> afferma W. Nelles nel libro “Nella buona e nella cattiva sorte”, descrivendo come non esista nessuna contraddizione tra amore e ordine, ma uno presuppone l’altro. Ogni famiglia nel suo costituirsi e nella sua evoluzione è quindi fondamentale che si autodetermini un ordine specifico interno, che è dato dall’armonia e dal riconoscimento delle varie parti che la compongono.
I genitori per raggiungere l’ordine è importante che stabiliscano con chiarezza i limiti e i confini (intesi entrambi come possibilità e non solo come divieti) del proprio nucleo familiare in modo che “il bambino possa percepire la sicurezza di chi lo sorregge, costruendo dentro si sé la propria sicurezza” (Ivan Sirtori, Riflessario per i genitori).
Sono allo stesso modo necessari una chiara divisione dei ruoli e dei rapporti di gerarchia.  Nel precedente articolo, abbiamo parlato dell’importanza da parte di ogni bambino e ragazzo di sviluppare relazioni sane e funzionali all’interno del contesto scolastico, in quanto questo permette di creare un’immagine e un’identità positiva di sé.
Com’è facilmente intuibile è altrettanto fondamentale che in primis all’interno della famiglia, dalla nascita dei figli, e durante tutta la loro crescita i vari membri  si possano sentire amati e riconosciuti reciprocamente.
Nella preghiera alla famiglia si dice “che l'uomo porti sulle spalle la grazia di essere padre, che la sposa sia un cielo di tenerezza, di accoglienza e di calore e che i figli conoscano la forza che nasce dall'amore”. Queste parole hanno origine dal riconoscimento delle diversità presenti in ogni famiglia, ovvero le differenze di genere (maschile e femminile) e quelle generazionali (genitore-figli) che se accettate nella loro complementarietà danno vita a ruoli definiti, ognuno dotato di una particolare identità e sensibilità. Si è, infatti, dimenticato molto spesso di parlare del padre e della madre, preferendo parlare dell’etichetta comune “genitori”, rischiando così di far confondere, e in alcuni casi perdere completamente, la distinzione fra le due funzioni.
Questa descrizione di ordine familiare, non deve tuttavia far pensare a un qualcosa d’immutabile e statico, ma alla capacità del sistema di mantenere la sua struttura generale pur modificandosi in concomitanza ai cambiamenti a cui il nucleo è sottoposto.
Cambiare vuol dire trasformarsi, andare incontro a delle novità, abbandonare qualcosa che era certo e usuale. Spesso le persone attuano una sorta di resistenza al cambiamento, preferiscono essere conservatrici e respingere le innovazioni, anche quelle che alla lunga si considerano positive. Se invece si pensasse al cambiamento come al normale fluire degli eventi e si sviluppasse maggiore fiducia in se stessi, si riuscirebbe ad accogliere, senza ostacoli, i nuovi scenari a cui la realtà ci sottopone. 
Questo significa anche accettare che i propri figli vivano la loro vita in modo diverso da quello che i genitori avevano “programmato”, lasciando libero il bambino di sviluppare la sua specifica natura, le sue potenzialità, possibilità, paure e ansie.
Ogni genitore, come ha scritto, K. Gibran deve poter essere l’arco che lancia i figli verso il domani, con la consapevolezza che la positività e la forza dell’essere bambini, quando l’infanzia è amata e protetta, potrà sostenere il ragazzo e la ragazza quando si affacceranno sulla soglia quanto mai instabile del divenire adulti, cioè se stessi, realizzando potenzialità e attese del sogno della giovinezza (Lizzola, “Di generazione in generazione. L’esperienza educativa tra consegna e nuovo inizio”).

Il disagio scolastico


Alcune considerazioni sul disagio
La scuola, insieme alla famiglia, è la principale agenzia di formazione e di socializzazione dell’individuo, uno dei perni su cui far leva per promuovere il benessere fisico, psicologico e relazionale dei ragazzi. Essa, infatti, non è e non può̀ essere solo il luogo in cui si realizza la semplice trasmissione delle nozioni, ma al contrario la scuola è luogo di vita, dove si sperimentano molteplici incontri con i coetanei, dove si impara la convivenza civile e a relazionarsi con gli adulti. Alcune di queste esperienze si tramutano in importanti occasioni di crescita che verranno ricordate negli anni, altre si risolveranno con il ciclo di studi, altre ancora, infine, potrebbero produrre contrasti, disagi e sofferenza.
Ogni individuo entra nella scuola con il proprio patrimonio di esperienze e ciascuna storia personale si incontra e scontra con quella degli altri, pari e adulti, e con l’istituzione (le sue regole, le sue richieste, il suo funzionamento).
Il disagio scolastico è allora l’espressione dinamica di questo intreccio complesso di fattori individuali, dinamico-evolutivi e istituzionali che coinvolge a più livelli l’intero sistema-scuola, i suoi attori e il contesto tutto.
L’espressione “disagio scolastico” indica una condizione di disagio che si manifesta appunto soprattutto all’interno della vita scolastica sul piano relazionale, comportamentale, degli apprendimenti ma non necessariamente riconducibile a specifiche cause di tipo psicopatologico. Si può definire il disagio come “uno stato principalmente emotivo, non correlato significativamente a disturbi di tipo psicopatologico, linguistici o di ritardo cognitivo, che si manifesta in tutta in una serie di comportamenti e atteggiamenti mentali disfunzionali che impediscono al soggetto di vivere adeguatamente l’esperienza e le attività scolastiche e di impiegare al massimo le proprie risorse cognitive, affettive e relazionali”. (Mancini e Gabrielli,1998)

Come e perché intervenire
Tutta la letteratura scientifica in psicologia e pedagogia e chi lavora quotidianamente nell’ambito dell’educazione e del recupero sono concordi nel ritenere che recuperare le capacità empatiche e le competenze emotive rappresenti il miglior fattore di protezione allo sviluppo di varie forme di disagio, soprattutto quelle che si manifestano a scuola.
Queste competenze si acquisiscono generalmente nella prima parte della vita attraverso relazioni affettive importanti e positive. Ma quando il nucleo familiare non favorisce tali opportunità, la scuola è inevitabilmente chiamata a recuperare e compensare.
E’ il luogo dove i ragazzi trascorrono la maggior parte del loro tempo, il luogo in cui si sviluppano relazioni significative, confronti e conflitti, scambi affettivi, prove di socialità e sfide evolutive. Proprio per questa sua centralità nella vita del bambino o ragazzo è importante che la scuola rifletta sulle modalità con le quali entra in contatto con i suoi studenti e sulla funzione formativa, educativa e preventiva che inevitabilmente si trova a svolgere.
La scuola può pensare e individuare l’offerta formativa come anche occasione per aprire spazi di sperimentazione e riflessione e per costruire percorsi attraverso i quali il potenziamento della dimensione culturale e la maturazione affettiva procedano di pari passo. 

In una prospettiva che considera il disagio come l’espressione di un intreccio di fattori che riguardano l’individuo all’interno dell’intero sistema-scuola, contrastare il disagio significa “prevenire” e dunquepromuovere il benessere”.
Benessere inteso come una dimensione globale e trasversale dell’essere a scuola e del fare scuola e che si deve imporre non solo come obiettivo ma anche come un indicatore del successo del funzionamento scolastico.
La parola d’ordine quindi è PROMOZIONE, ovvero lo sviluppo di strategie dello stare bene a scuola, in quanto non è possibile nessuna didattica senza promuovere il benessere intorno e dentro il soggetto. E’ necessario creare momenti di partecipazione attiva alla scuola che allo stesso tempo possano contribuire alla costruzione della propria identità.
L’autostima, la creatività̀, la capacità di percepire il futuro e di progettarlo, di gestire il tempo, di desiderare, di prendere decisioni, di interagire efficacemente con gli altri sono potenzialità̀ che vanno accompagnate e coltivate con dedizione (prevalentemente all’interno del nucleo familiare) e competenza (prevalentemente in ambito scolastico).
Una buona gestione del proprio mondo interiore emozionale rappresenta la migliore garanzia di benessere psicofisico. Le emozioni sono importanti perché attraverso la loro percezione, la loro decodifica e la loro espressione si entra in contatto con la dimensione più̀ profonda di sé stessi e degli altri. La capacità di identificare e gestire le emozioni non è, come si può̀ credere, un’attitudine innata, ma è appresa. Se per qualche motivo questo apprendimento non avviene o avviene parzialmente e in modo distorto, si corre il rischio di percepirsi sempre precari, mutilati, diminuiti, non adeguati rispetto al senso di continuità̀ nel tempo, nello spazio, nelle relazioni e nei ruoli sociali, fino a sviluppare disagi, sintomi, comportamenti disadattati e devianti.

Nel recupero delle competenze emotive capaci di generare un appropriato grado di empatia, la comunicazione diventa un elemento fondante la relazione educativa.
Nel precedente articolo avevamo sottolineato l’importanza di vivere la diversità di ognuno scoprendo il valore dell’equivalenza che accomuna gli esseri umani; la necessità di intendere la vita dal punto di vista dei rapporti e quindi delle modalità di relazione che intessiamo tra di noi.
Nella riformulazione della qualità dello spazio educativo, la comunicazione deve assolvere al suo significato di “portare un dono” (cum munus), un dono che acquista senso ed efficacia se lo offriamo all’altro, al bambino, creando una comunione con lui. 
Che cos’è la comunicazione?
E’ un bisogno elementare e fondamentale dell’uomo, capace di generare stabilità e continuità nei rapporti, è il collante dei sentimenti che può rafforzare il tessuto sociale incrementando la considerazione, l’accettazione e la fiducia fra le persone.
Non possiamo pretendere nessun sviluppo sociale, culturale e quindi educativo senza comunicare gli uni con gli altri, senza esprimere i rispettivi bisogni e condividerli nella dimensione dei rapporti.
La nostra parola, per essere compresa, deve rivestirsi di linguaggio.                                              
      Il linguaggio, da questo punto di vista, è lo strumento che noi utilizziamo per comunicare.
Se questo strumento fosse perfetto, trasparente, ci consentirebbe di realizzare la vera empatia. Purtroppo esso è sottoposto alle nostre influenze emotive e deviato dalle ambizioni personali, dagli scopi utilitaristici anziché finalizzato alla verità e alla chiarezza.
Ai nostri bambini insegniamo a parlare, a scrivere, a leggere, ma non ad ascoltare e a comprendere realmente la realtà che li circonda partendo proprio dagli altri.
Una vera e profonda formazione relazionale è ciò che manca nell’offerta didattica e pedagogica delle nostre scuole.
Insegnare ed educare ad affrontare con efficacia e in armonia i rapporti interpersonali, è un principio etico-educativo da costituire per conquistare un linguaggio che sia rispettoso della diversità e per poter costruire reciprocità e unità.
La comunicazione è un atto creativo.
Per mezzo di essa possiamo generare benessere o produrre disagio e malessere all’interno dell’organismo di cui facciamo parte (famiglia, scuola, lavoro, rapporto di coppia…). Accettare e riconoscere questa responsabilità ci permette di valutare e dare valore alle parole che diciamo ai nostri bambini, allontanandoci dagli stereotipi che ci siamo costruiti e che ci condizionano nel rapporto con loro.        
Una sana azione educativa non deve avere solo uno sguardo sul presente, perché questo può portare al rischio di rimanere fossilizzati sui deficit, sui disapprendimenti o sul disagio presenti nella condizione attuale, generando fissità. E' necessario, invece, introdurre nell'ottica educativa una componente dinamica  rivolta allo sviluppo potenziale del soggetto e alle sue possibilità future.                                                               Va riscoperto nel linguaggio il luogo d’incontro tra la propria intelligenza e quella degli altri, reimparando il rispetto dell’interlocutore, l’ascolto delle sue ragioni e necessità, la trasparenza e, soprattutto, la costruttiva intenzione di condividere e ricondurre il tutto ad una comun-azione.
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