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lunedì 1 ottobre 2012

Il disagio scolastico


Alcune considerazioni sul disagio
La scuola, insieme alla famiglia, è la principale agenzia di formazione e di socializzazione dell’individuo, uno dei perni su cui far leva per promuovere il benessere fisico, psicologico e relazionale dei ragazzi. Essa, infatti, non è e non può̀ essere solo il luogo in cui si realizza la semplice trasmissione delle nozioni, ma al contrario la scuola è luogo di vita, dove si sperimentano molteplici incontri con i coetanei, dove si impara la convivenza civile e a relazionarsi con gli adulti. Alcune di queste esperienze si tramutano in importanti occasioni di crescita che verranno ricordate negli anni, altre si risolveranno con il ciclo di studi, altre ancora, infine, potrebbero produrre contrasti, disagi e sofferenza.
Ogni individuo entra nella scuola con il proprio patrimonio di esperienze e ciascuna storia personale si incontra e scontra con quella degli altri, pari e adulti, e con l’istituzione (le sue regole, le sue richieste, il suo funzionamento).
Il disagio scolastico è allora l’espressione dinamica di questo intreccio complesso di fattori individuali, dinamico-evolutivi e istituzionali che coinvolge a più livelli l’intero sistema-scuola, i suoi attori e il contesto tutto.
L’espressione “disagio scolastico” indica una condizione di disagio che si manifesta appunto soprattutto all’interno della vita scolastica sul piano relazionale, comportamentale, degli apprendimenti ma non necessariamente riconducibile a specifiche cause di tipo psicopatologico. Si può definire il disagio come “uno stato principalmente emotivo, non correlato significativamente a disturbi di tipo psicopatologico, linguistici o di ritardo cognitivo, che si manifesta in tutta in una serie di comportamenti e atteggiamenti mentali disfunzionali che impediscono al soggetto di vivere adeguatamente l’esperienza e le attività scolastiche e di impiegare al massimo le proprie risorse cognitive, affettive e relazionali”. (Mancini e Gabrielli,1998)

Come e perché intervenire
Tutta la letteratura scientifica in psicologia e pedagogia e chi lavora quotidianamente nell’ambito dell’educazione e del recupero sono concordi nel ritenere che recuperare le capacità empatiche e le competenze emotive rappresenti il miglior fattore di protezione allo sviluppo di varie forme di disagio, soprattutto quelle che si manifestano a scuola.
Queste competenze si acquisiscono generalmente nella prima parte della vita attraverso relazioni affettive importanti e positive. Ma quando il nucleo familiare non favorisce tali opportunità, la scuola è inevitabilmente chiamata a recuperare e compensare.
E’ il luogo dove i ragazzi trascorrono la maggior parte del loro tempo, il luogo in cui si sviluppano relazioni significative, confronti e conflitti, scambi affettivi, prove di socialità e sfide evolutive. Proprio per questa sua centralità nella vita del bambino o ragazzo è importante che la scuola rifletta sulle modalità con le quali entra in contatto con i suoi studenti e sulla funzione formativa, educativa e preventiva che inevitabilmente si trova a svolgere.
La scuola può pensare e individuare l’offerta formativa come anche occasione per aprire spazi di sperimentazione e riflessione e per costruire percorsi attraverso i quali il potenziamento della dimensione culturale e la maturazione affettiva procedano di pari passo. 

In una prospettiva che considera il disagio come l’espressione di un intreccio di fattori che riguardano l’individuo all’interno dell’intero sistema-scuola, contrastare il disagio significa “prevenire” e dunquepromuovere il benessere”.
Benessere inteso come una dimensione globale e trasversale dell’essere a scuola e del fare scuola e che si deve imporre non solo come obiettivo ma anche come un indicatore del successo del funzionamento scolastico.
La parola d’ordine quindi è PROMOZIONE, ovvero lo sviluppo di strategie dello stare bene a scuola, in quanto non è possibile nessuna didattica senza promuovere il benessere intorno e dentro il soggetto. E’ necessario creare momenti di partecipazione attiva alla scuola che allo stesso tempo possano contribuire alla costruzione della propria identità.
L’autostima, la creatività̀, la capacità di percepire il futuro e di progettarlo, di gestire il tempo, di desiderare, di prendere decisioni, di interagire efficacemente con gli altri sono potenzialità̀ che vanno accompagnate e coltivate con dedizione (prevalentemente all’interno del nucleo familiare) e competenza (prevalentemente in ambito scolastico).
Una buona gestione del proprio mondo interiore emozionale rappresenta la migliore garanzia di benessere psicofisico. Le emozioni sono importanti perché attraverso la loro percezione, la loro decodifica e la loro espressione si entra in contatto con la dimensione più̀ profonda di sé stessi e degli altri. La capacità di identificare e gestire le emozioni non è, come si può̀ credere, un’attitudine innata, ma è appresa. Se per qualche motivo questo apprendimento non avviene o avviene parzialmente e in modo distorto, si corre il rischio di percepirsi sempre precari, mutilati, diminuiti, non adeguati rispetto al senso di continuità̀ nel tempo, nello spazio, nelle relazioni e nei ruoli sociali, fino a sviluppare disagi, sintomi, comportamenti disadattati e devianti.

Nel recupero delle competenze emotive capaci di generare un appropriato grado di empatia, la comunicazione diventa un elemento fondante la relazione educativa.
Nel precedente articolo avevamo sottolineato l’importanza di vivere la diversità di ognuno scoprendo il valore dell’equivalenza che accomuna gli esseri umani; la necessità di intendere la vita dal punto di vista dei rapporti e quindi delle modalità di relazione che intessiamo tra di noi.
Nella riformulazione della qualità dello spazio educativo, la comunicazione deve assolvere al suo significato di “portare un dono” (cum munus), un dono che acquista senso ed efficacia se lo offriamo all’altro, al bambino, creando una comunione con lui. 
Che cos’è la comunicazione?
E’ un bisogno elementare e fondamentale dell’uomo, capace di generare stabilità e continuità nei rapporti, è il collante dei sentimenti che può rafforzare il tessuto sociale incrementando la considerazione, l’accettazione e la fiducia fra le persone.
Non possiamo pretendere nessun sviluppo sociale, culturale e quindi educativo senza comunicare gli uni con gli altri, senza esprimere i rispettivi bisogni e condividerli nella dimensione dei rapporti.
La nostra parola, per essere compresa, deve rivestirsi di linguaggio.                                              
      Il linguaggio, da questo punto di vista, è lo strumento che noi utilizziamo per comunicare.
Se questo strumento fosse perfetto, trasparente, ci consentirebbe di realizzare la vera empatia. Purtroppo esso è sottoposto alle nostre influenze emotive e deviato dalle ambizioni personali, dagli scopi utilitaristici anziché finalizzato alla verità e alla chiarezza.
Ai nostri bambini insegniamo a parlare, a scrivere, a leggere, ma non ad ascoltare e a comprendere realmente la realtà che li circonda partendo proprio dagli altri.
Una vera e profonda formazione relazionale è ciò che manca nell’offerta didattica e pedagogica delle nostre scuole.
Insegnare ed educare ad affrontare con efficacia e in armonia i rapporti interpersonali, è un principio etico-educativo da costituire per conquistare un linguaggio che sia rispettoso della diversità e per poter costruire reciprocità e unità.
La comunicazione è un atto creativo.
Per mezzo di essa possiamo generare benessere o produrre disagio e malessere all’interno dell’organismo di cui facciamo parte (famiglia, scuola, lavoro, rapporto di coppia…). Accettare e riconoscere questa responsabilità ci permette di valutare e dare valore alle parole che diciamo ai nostri bambini, allontanandoci dagli stereotipi che ci siamo costruiti e che ci condizionano nel rapporto con loro.        
Una sana azione educativa non deve avere solo uno sguardo sul presente, perché questo può portare al rischio di rimanere fossilizzati sui deficit, sui disapprendimenti o sul disagio presenti nella condizione attuale, generando fissità. E' necessario, invece, introdurre nell'ottica educativa una componente dinamica  rivolta allo sviluppo potenziale del soggetto e alle sue possibilità future.                                                               Va riscoperto nel linguaggio il luogo d’incontro tra la propria intelligenza e quella degli altri, reimparando il rispetto dell’interlocutore, l’ascolto delle sue ragioni e necessità, la trasparenza e, soprattutto, la costruttiva intenzione di condividere e ricondurre il tutto ad una comun-azione.
Spazio Tex
Uguaglianza o equivalenza ? Un concetto che lega l’umanita’ intera: il nostro egual valore di fronte alla vita

Nella concezione di ciò che viene definito e riconosciuto come disabilità, si esprime come diretta correlazione e riflesso, il tema della diversità degli esseri umani.                                                                                         
     Il ricondurre l’umanità sotto il profilo dell’uguaglianza degli uomini, di fronte alla disabilità e alla pluralità della sua manifestazione, deve cedere il passo ad un nuovo concetto che lega l’umanità intera: l’equivalenza.  Il nostro egual valore di fronte alla vita.
 Noi abbiamo il diritto di godere degli stessi diritti sanciti dalla società di cui facciamo parte, come abbiamo il dovere di rispettarli e di ritenerli rispettati per tutti. Abbiamo il diritto di essere rispettati (la parola significa proprio “tener conto di”), ascoltati, compresi, considerati, valorizzati per quello che siamo ed esprimiamo; abbiamo il dovere di fare questo nei confronti di noi stessi e degli altri. Ma soprattutto abbiamo la capacità di conformarci a tutto questo secondo le nostre differenti  potenzialità e il nostro differente valore.                                                                                                                  Il grande assioma dell’Amore “Ama il prossimo tuo come te stesso”, che si esplica nel “Non fare all’altro ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso”, mai come prima d’ora deve riscoprirsi nell’eccezione positiva di “Fai all’altro ciò che vorresti fosse fatto per te.”                                                                                                                                         A ragione, le parole della Commissione Europea, sul tema “Delivering and Accessibility “ del 26/9/2002, dicono che il concetto di disabilità è cambiato nel tempo: essa non è solo un attributo della persona, ma un insieme di condizioni, potenzialmente restrittive, derivanti da un fallimento della società nel soddisfare i bisogni delle persone e nel consentire loro di mettere a frutto le proprie capacità.                                                                                                                                                                   Da un concetto restrittivo di disabilità si pone l’accento sulla limitatezza della partecipazione nei confronti della soddisfazione dei bisogni dell’individuo.                                                                                                  
                                                                                         

 E’ bene tener presente che l’umanità è a tutti gli effetti un organismo. Un organismo è un essere basato sulla molteplicità di aspetto, cioè sulla diversità di tutti coloro che ne fanno parte e sulle loro singole funzioni, le quali dovrebbero essere rivolte al benessere di tutti, affinchè sia possibile la realizzazione di: Armonia, Bellezza e Bontà.                                                                                                             La garanzia della partecipazione è il sintomo positivo della reciprocità, qualità essenziale affinchè, all’interno di un organismo (famiglia, scuola, associazione….), si realizzino giusti e retti rapporti.          La reciprocità presuppone quindi che alla base di un rapporto sussista un corretto scambio di bisogni, la mancanza di partecipazione quindi nega il rapporto e nega la libertà all’individuo di potersi esprimere secondo le sue potenzialità.                
 La vita è rapporto.                                                                                                                                      
  Ogni disarmonia, disequilibrio, contrasto, conflittualità, trovano origine nella mancata capacità di comprendere i rapporti.                                                                                                                                        Capire su cosa si fonda una relazione, il perché e il come porsi è uno stato di necessità sempre più impellente a cui l’uomo deve saper rispondere dotandosi di disponibilità, adattamento e flessibilità.                                                                                                                                                                               Come posporre tutto questo nella gestione della disabilità di un bambino?                                              
 La prima risposta che dovrebbe essere data con umiltà alla domanda “Cosa facciamo in merito alle difficoltà di questo bambino?”  è: “Non lo so. Non lo so perché ancora non lo conosco.”                       
Questo presuppone la buona volontà di spostarsi dalla diagnosi scientifica (indispensabile ai fini dell’inquadramento della patologia) ad una “diagnosi di rapporto” in cui sviluppare la conoscenza e l’esperienza in un processo che consenta, nel tempo, di assimilare e avere più coscienza della persona, del bambino. E’ un aspetto etico nel lavoro di chi educa, che lo porta a perseguire ciò che qualifica il significato stesso della pedagogia (dal greco paidagogòs = colui che conduce).  L’educatore, l’insegnante, il genitore deve condurre la relazione partendo dalla giusta comprensione e dalla necessità di considerazione che alberga in ognuno di noi, realizzando l’espressione delle qualità più pure e positive della persona nella sua interezza.                                    L’accordo fra giusta comprensione e considerazione porta alla coerenza in ciò che operiamo e agiamo nei confronti del bambino. Per sua natura il bambino è una realtà globale  nel senso che il suo essere si forma e plasma in base all’ambiente in cui è inserito. L’ambiente o meglio lo spazio non è fatto solo di cose ma si qualifica in base ai pensieri, alle emozioni e alle azioni che noi portiamo all’interno di esso. Più importante dei contenuti didattici e pedagogici dei nostri programmi educativi, è forse il modo personale in cui li attuiamo e, in ultima analisi, il nostro atteggiamento interiore ed i valori che abbiamo davvero integrato in noi (“Il bambino realtà globale” a cura di Brigitte Beretta e Letizia Galiero Ed. Macro).  
Spazio Tex